Arduo il voto di febbraio: mai candidati così improbabili

Arduo il voto di febbraio: mai candidati così improbabili
di Andrea Manzi

Sono davvero strane queste elezioni attese come svolta radicale e che si annunciano, invece, nel più stucchevole dei déjà vu.
Il paese viene dal buio di una crisi che ha terremotato certezze, sradicandole con rude furore: non sappiamo se la nostra democrazia sia più sostanziale, se la libertà di cui meniamo vanto sia effettiva, figurarsi il resto… Tasche vuote, coscienze inquiete, caduta della credibilità politica, vertigine dell’identità personale, talvolta deliquio, come un centinaio di gesti estremi testimoniano: l’idealtipo italiano si è avvitato su se stesso non più partecipe del proprio tempo. I problemi avvertiti come irrisolvibili non sono stati, tuttavia, la eccessiva disuguaglianza, la più grave d’Europa, né la scarsa crescita e l’eccesso di debito pubblico, quest’ultimo contratto per finanziare la spesa corrente, quindi ipoteca gigantesca sulle generazioni che verranno. C’è un altro cruccio che turba il sonno degli italiani: la profonda malattia della nostra democrazia, incapace di assumere decisioni e ripiegata su ininfluenti, tattici aggiustamenti, il che ha generato uno dei costi più intollerabili e improduttivi dello Stato. Una democrazia incapace di cogliere i flussi globali che avvolgono il paese, perché gestita da artigianali e famelici partiti votati alla gestione avida di sottosistemi clientelari popolati di cricche e combriccole.
L’Italia si è dovuta identificare con le macerie degli ultimi decenni, ha preso atto che l’attuale, profonda crisi è strutturale e non congiunturale e che per superarla sarà necessario un compromesso europeo tra Unione e Stati nazionali. Soprattutto, però, gli italiani hanno cominciato a desiderare una democrazia presa sul serio. È stato questo l’obiettivo (“sasso nello stagno”) del “Manifesto dei vecchi democratici / Per la realizzazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista” pubblicato del numero 8/2012 di Micromega. Un’agile piattaforma, firmata da Andrea Camilleri, Paolo Flores D’Arcais, Margherita Hack, Mario Alighiero Manacorda, Adriano Prosperi e Barbara Spinelli, che invita a ritrovare nella fedeltà alla Costituzione, “patrimonio di ogni moderato”, le ragioni di una svolta.
Senza evidenti discontinuità tra il governo dei tecnici e il regime berlusconiano, si impone ormai come esigenza non dilazionabile un radicale mutamento di stile: i sei “democratici della terza età” auspicavano pertanto una lista civica che traghettasse il paese verso una democrazia presa sul serio, attraverso punti programmatici-base (riforma istituzionale, fisco, lavoro, giustizia, tv, sanità e scuola). Il programma si chiudeva con l’auspicio di poter candidare persone non coinvolte in indagini giudiziarie e che non avessero mai ricoperto cariche politiche o amministrative e, comunque, disponibili a dichiarare pubblicamente di non candidarsi ad elezioni successive.
In tale Manifesto si coglieva il piglio aggressivo di un fondamentalismo etico tipico di ogni iniziativa ideata o amplificata da Flores D’Arcais, ma di condivisibile in quell’appello vi era e vi è la scelta di campo di personalità di grande livello culturale che intendono ridare alla politica il valore che ad essa compete, favorendo concretamente la partecipazione degli individui al governo, impegno al quale oggi purtroppo provvedono soltanto gruppi che, di fatto, esercitano furtivamente la sovranità teoricamente riconosciuta al popolo.
Purtroppo, quel sogno e quel Manifesto – un po’ elitario, un po’ utopico – non si sono realizzati.
I partiti sono stati molto abili, infatti, nel far abortire una legislatura che avrebbe potuto ancora per qualche mese perseguire la strada delle riforme rigorose e inevitabili e ci troviamo ora incamminati verso le urne con candidati a dir poco improponibili, che incombono come una minaccia sulla possibilità di scelta, o con altri nomi, ufficialmente esiti di spettacolari e “democratici” rinnovamenti come quello rumoroso del Pd, ma di fatto usciti come il coniglio dal cilindro di un prestigiatore baro. L’unico criterio ispiratore che ha portato a individuare quest’ultima genìa è stato quello della notorietà, della rilevanza mediatica. Ne è venuto fuori un personale politico improvvisato e balbettante, come è emerso dalle prime apparizioni televisive. Gli italiani hanno visto in tv, a Ballarò, l’ex procuratore nazionale antimafia Grasso? Uno stimato, alto magistrato ridotto a una comparsa grottesca intenta a discettare di spread e debito pubblico con linguaggio incongruo e abborracciato, sull’orlo di ovvietà imbarazzanti (“Consiglierei ai cittadini di acquistare soltanto beni italiani”). Ma nella strategia di Bersani sono queste le maschere che occultano Primarie sul cui profilo etico ne sapremo di più quando saranno terminate indagini anche gravi dei carabinieri, primarie che hanno consentito alla segreteria di arginare le ambizioni renziane e fingere una modernità da copertina.
Il quadro a destra è sconfortante: ci sono proprio tutti quelli di sempre, c’è anche Cosentino, potrebbe esserci Cesaro, certamente c’è Verdini, c’è l’ex fortunatissima valletta Mara Carfagna, l’economista tascabile Renato Brunetta, tutto un mondo minore di cricche, aedi spettacolar-gaudenti, un pianeta che è riuscito a cancellare la politica trasformandola in un’esperienza circense.
Dopo una crisi così profonda occorreva interdire agli spietati gruppi di interesse nei quali si sono riciclati i partiti la gestione della transizione. Purtroppo, Mario Monti – che pure ha ridato dignità al paese e ha contribuito a risolvere la profonda crisi finanziaria che ci stritolava – non ce l’ha fatta ad arginare le turbe fameliche del Palazzo, anzi si è lasciato fagocitare da quel mondo crepuscolare e vile che, nell’interesse della democrazia, egli avrebbe dovuto riqualificare in un’area densa di valori democratici e di percorsi civici praticabili. E, poi, andare via, senza immischiarsi (come aveva promesso e più volte giurato).
Allora, votare diventa davvero un problema. Né può rincuorare la presenza in campo di una pattuglia di magistrati, collocata in un’area giustizialista arida e aspra, che fino ad oggi non ha dimostrato né attitudini né cultura ispirata ai valori collettivi (Di Pietro docet).

redazioneIconfronti

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