Dall’Europa alla vigna del Signore, rimbocchiamoci le maniche

Dall’Europa alla vigna del Signore, rimbocchiamoci le maniche
di Luigi Rossi

fico_sterile_3

I risultati elettorali sono un invito ad una approfondita analisi sui veri urgenti bisogni del paese. Il partito che ha raccolto il maggior numero di suffragi di protesta ha denunciato a gran voce l’inaffidabilità dei politici, chiedendo che vengano definitivamente ridimensionati come casta interessata soltanto al privilegio proprio e dei sodali. Un gran numero di elettori, inaspettato qualche settimana fa, ha manifestato una grande paura per novità che percepiscono minacciose, comprensibile preoccupazione strumentalizzata dai protagonisti di un ingiustificabile egoismo, la bandiera della conservazione a proprio uso e consumo, al di là del rispetto di ogni regola e, perfino, della decenza pensando che tutto è possibile comprare con una ricchezza costruita troppo in fretta ed oggetto di legittimi sospetti. La variegata galassia della sinistra ha tentato di dare forza e speranza al grido di dolore di chi ha bisogno di lavorare per uscire dalla morsa della povertà, mentre il centro si è mostrato statica minoranza, verso la quale il paese nutre scarsa fiducia per recenti esperienze quando, in nome dell’esigenza di porre riparo ai guasti di una politica incapace, ha scelto di prediligere innanzitutto interessi finanziari, a volte i veri responsabili di una crisi che si trascina da un lustro tarpando le ali ad ogni possibilità di sviluppo e ponendo in rotta di collusione le generazioni, dopo aver minato la solidità materiale della famiglia e reso ancora più buie le prospettive dei giovani.
Che fare: attendere lo sfascio definitivo dell’Italia? Oppure ricercare ancora una opportunità? Già in altre occasioni il paese, spaccato e sfiduciato, ha superato la crisi, si è rimboccato le maniche ed ha portato frutti. È la funzione che devono svolgere soprattutto i cristiani, ancora maggioranza, purtroppo sovente silenziosa e, quindi, complice di chi ha così malamente governato. A costoro l’invito a riandare nel deserto per riscoprire che Dio è vicino.
Il Signore cammina con noi nella storia ed è pronto ad intervenire se abbiamo fede. Egli, padre in ogni epoca, non abbandona l’uomo appunto perché il suo nome è Io-sono Colui che è dal quale promana una prossimità familiare e concreta come ci racconta la prima lettura della terza domenica di quaresima.
Nel Vangelo Gesù prende spunto da un fatto di cronaca per ribadire che la vicinanza di Dio deve abituarci ad analizzare concretamente senza confondere la colpa con la disgrazia o il peccato con la sventura. Si tratta di esperienze, anche le più drammatiche, che possono indurre alla conversione se aiutano a riflettere. Per rendere più chiaro il suo pensiero Egli racconta la parabola del fico, il cui significato riprende il tema della vicinanza di Dio da intendere come tempo concesso per beneficiare della sua misericordia. Se ne deduce che la sua è innanzitutto una vicinanza salvifica da utilizzare per celebrare la riconciliazione che nella nostra vita corrisponde al tempo della pazienza di Dio.
Egli concede fiduciosa speranza per emendare il nostro io plasmando un cuore nuovo. Per i cristiani l’evento salvifico del perdono e della riconciliazione diventa anche un fatto di chiesa perché la conversione avviene nell’azione liturgica della comunità, bisognosa della misericordia di Dio. Lo è in modo particolare in questi giorni di fronte ad eventi così significativi, pur se traumatici, collegati alle dimissioni di Benedetto XVI: gesto di governo, che non solo dimostra la risolutezza del suo pensiero, ma anche l’invito ad una prassi molto concreta, indice puntato alla struttura centrale del governo della chiesa che ha fornito uno spettacolo penoso per costumi, calunniosi giochi di potere frutto di ambizioni indicibili e di interessi materiali lontani anni luce dal vangelo dei poveri.
Con le dimissioni Benedetto XVI ha rivolto in un assordante silenzio l’invito ad anziani oligarchi: o loro o io. Nell’isolamento segnato da un consenso molto fragile e di facciata, il gesto spacca tutto per ridefinire la gerarchia delle cose alla ricerca delle vere priorità di un improcrastinabile rinnovamento. Perciò, nessuna paura del vuoto; infatti, occorre continuare a sperare nell’azione dello Spirito auspicando una radicale pulizia per liberare la chiesa delle peggiori incrostazioni nascoste in ben individuabili gruppi che si fronteggiano all’interno del sacro collegio.
Ora parlare subito del conclave corrisponde, come è stato fatto osservare, ad una pericolosa fretta di archiviare i motivi di condanna insiti nel gesto di Benedetto XVI, un pessimo servizio nel procedere alla scelta del successore. Un porporato riconoscendo le proprie colpe ha deciso di non partecipare al conclave. Se la causa dei problemi si annida in quell’augusto consesso, allora perché non trarre  insegnamento anche da questo gesto e decidere di scegliere il nuova papa fuori del collegio cardinalizio dopo aver formulato l’elenco delle riforme da realizzare perché utili alla Chiesa del XXI secolo, pronta a ridiventare casta per aver lavato le colpe di meretrix?

redazioneIconfronti

redazioneIconfronti