Ecco come i tesori confiscati alla camorra finiscono in malora

Ecco come i tesori confiscati alla camorra finiscono in malora
di Silvia Siniscalchi

Don Peppe Diana
Don Peppe Diana

In Campania la gestione del patrimonio confiscato alla camorra è fallimentare. E non è che da altrove arrivino dati migliori. La Campania rappresenta la seconda regione italiana per numero di beni confiscati: 1821. Gli immobili sono 1503 e le aziende sono 318. La Campania detiene – e non sempre è un primato positivo – il 15,02% del patrimonio confiscato nazionale, ma non può né sa gestirlo. E risultano a questo punto tutti inutili gli interventi che le istituzioni tentano maldestramente di fare, a cominciare dalla tanto sbandierata legge regionale sull’utilizzo dei beni confiscati alla malavita. I consiglieri regionali della Campania e soprattutto Antonio Amato, presidente della Commissione Speciale bonifiche, ecomafie e beni confiscati del Consiglio regionale della Campania dovrebbero sapere che, pur essendo previsto dalla legge nazionale, il 95% dei comuni campani non si è ancora dotato di un elenco dei beni confiscati che ricadono sul proprio territorio. Anche gli altri organi sovracomunali sono privi di tale elenco, mentre l’Agenzia nazionale per i beni confiscati ha aperto una sede Territoriale campana a Castel Capuano a Napoli ma è in attesa ancora dell’inaugurazione ufficiale. In questi uffici manca il personale (nelle sedi di tutta Italia dell’Agenzia lavorano solo 30 unità). Tra i principali freni al riutilizzo dei beni confiscati resta quello della esiguità dei fondi a disposizione per la ristrutturazione e messa in funzione: la maggiore fonte di finanziamento risulta essere il PON sicurezza ma è talmente lunga e complessa che, nonostante parte dei fondi resti non spesa, tra valutazione e finanziamento del progetto continua ad essere necessario un lasso di tempo non inferiore ai 24/36 mesi. Molte le esperienze avviate sui beni confiscati, costrette poi a chiudere perché non più sostenibili da un punto di vista economico. Molti enti locali, inoltre, frappongono ostacoli, di diversa natura, al pieno riutilizzo dei beni confiscati, e purtroppo non mancano esempi in Campania di amministrazioni comunali che, anziché promuovere il riutilizzo, ostacolano le esperienze nate. Ad oggi, poi, il 90% delle aziende confiscate alla criminalità fallisce. Non mancano, naturalmente, atti di intimidazione e grandi difficoltà ambientali: i beni confiscati, spesso, sono posti in luoghi dove è ancora forte la presenza del clan cui il bene è stato sottratto, o addirittura, come a via Bologna a Casal di Principe, sono confiscati per metà, lasciando l’altra metà alla famiglia del boss. Inoltre, mancano efficaci controlli.
Si tratta di dati non esaltanti che sono stati portati alla luce – senza trovare grande accoglimento – durante lo svolgimento del V Festival dell’Impegno Civile, un ciclo di manifestazioni realizzate in Campania sui beni confiscati alla criminalità organizzata, promosso dal Comitato Don Peppe Diana e da Libera Caserta, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Gli esperti di Libera e del Comitato Don Diana, hanno denunciato tutte le criticità del sistema campano: eccessivo lasso di tempo che intercorre tra la fase del sequestro, la confisca, la destinazione e gestione con grandi rischi di vandalizzazione dei beni, ipoteche che si scoprono sul beni sequestrati e confiscati, farraginosità e disomogeneità delle procedure giuridiche e amministrative, mancata collaborazione istituzionale (secondo gli organizzatori del festival ancora persistono in tante amministrazioni locali zone grigie e collusioni, ma anche impreparazione e scarsa attenzione ad investire impegno sui beni confiscati), mancato rispetto delle previsioni di legge. Tutto questo rende impensabile – contrariamente a quanto fanno in molti – che un sistema del genere possa far scattare nella cittadinanza un sentire comune verso questi beni: tra immobili e aziende, sono localizzati prevalentemente tra le province di Napoli (1007) e Caserta (522), segue Salerno con 256 beni, quindi Avellino (21) e Benevento (15).
Stando a questa fotografia, sembra davvero inutile l’organizzazione, sul territorio campano, delle tante iniziative sulla “valorizzazione dei beni confiscati alla camorra per creare sviluppo” e dei tanti “bla bla bla” sul “riscattare i territori oppressi dalle mafie partendo dai beni confiscati e seguendo un sistema economico basato sulla legalità, sulla giustizia sociale e sul mercato”. Tutto inutile. Sono davvero pochissime le esperienze capaci di trasformare concretamente inaccessibili luoghi di morte e violenza in piazze dove si costruiscono progetti.

Silvia Siniscalchi

Silvia Siniscalchi