Il peggio dell’Inghilterra

Il peggio dell’Inghilterra
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

Ho fatto tra me e me una riflessione alcuni giorni fa, quando si è diffusa la notizia che le aziende inglesi dovranno stilare un elenco dei lavoratori stranieri. L’Inghilterra è un paese con notevoli contraddizioni, molte delle quali sono frutto della pretesa di essere un popolo civile, all’avanguardia, anticipatore di grandi processi storici e di straordinarie trasformazioni. Cose, peraltro, verissime, s’intende. Pensiamo alla rivoluzione inglese del XVII secolo, che propose un modello politico del tutto differente rispetto all’assolutismo dilagante in Europa, limitando le funzioni del re e inglobandolo nel Parlamento che ne definiva l’autonomia e l’autorità, di fatto, subordinandolo, in una proiezione di lungo periodo, proprio ai rappresentanti del popolo nella Camera dei Comuni e alla Camera dei Lord. E pensiamo alla rivoluzione industriale, che avrebbe stravolto totalmente i mercati, le economie, le strutture sociali e la conformazione urbanistica dei territori, costruendo un tipo di società volto allo sviluppo ma non privo di profonde criticità e disparità sociali. E non dimentichiamo la conseguente forza dell’Impero coloniale britannico, che ha contribuito a diffondere il mito della superiore civiltà di questo popolo, con la quale esso si arrogava il diritto di dominare sul continente nordamericano come in India. Si sentivano i migliori. Si sono sempre sentiti i migliori, anticipatori delle battaglie per i diritti umani, basandosi sul common law e sulla forza di una tradizione che, dalla Magna Charta in poi, alla nascita del Parlamento, ha rappresentato il punto nevralgico di questa superiorità, supportata dal potere economico e dallo strapotere militare.

Quando ero ragazzo e iniziavo alle elementari a studiare la storia dei paesi europei fui molto colpito da questa mirabile forza economica e culturale del popolo inglese, cui però faceva da contraltare una fastidiosa arroganza, una presunzione che scavalcava persino quella dei Francesi, e ricordo anche che il mio sussidiario sintetizzava questo processo sostenendo che gli Inglesi fossero totalmente presi dal loro “splendido isolamento”, che era, nello stesso tempo, una pretesa di essere in grado di badare a sé stessi senza aver bisogno di altri, e, nel contempo, di avere tanta civiltà nel proprio dna da poter educare il mondo intero ad essere civilizzato. E ricordo anche che la nazionale inglese di calcio non accettava di giocare partite con altre nazionali perché si considerava depositaria dell’invenzione del gioco del calcio e che, pertanto, loro che erano i maestri non potevano abbassarsi a gareggiare con chi a malapena sapeva dare dei calci ad una sfera. In tutti questa passaggi storici, gli Inglesi però hanno mostrato anche il loro volto crudele: colonie gestite con la forza e la violenza, popoli schiacciati in modo implacabile. Civili in madrepatria, schiavisti e violenti fuori di essa.

Ma quest’ultima pagina relativa al censimento dei lavoratori stranieri segna forse il punto più basso delle presunzione nazionalistica inglese: è uno schiaffo durissimo alla bellezza e all’integrazione dei popoli che si registra a Londra, è il peggio di un popolo senza neanche la compensazione di una nuova civilizzazione. La patria del liberalismo e della tolleranza è diventata il modello della boria sciovinista, del fanatismo reazionario e del letargo della ragione. E il peggio degli Inglesi sembra essere solo all’inizio.

* professore di Storia dell’Europa presso di Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

Nella foto, stranieri in Inghilterra: fine di un idillio storicop

redazioneIconfronti

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