Il Reportage / Velia, necropoli off limits

Il Reportage / Velia, necropoli off limits
di Silvia Siniscalchi
La celebre Porta Rosa di Velia
La celebre Porta Rosa di Velia

Arriviamo a Velia antica in tarda mattinata. Il sole promette bene, nonostante la pioggia di poche ore prima abbia lasciato tracce ancora visibili. L’atmosfera serena e luminosa è surreale: l’antica città greco-romana riportata alla luce tra la fine degli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso è oggi conosciuta in tutto il mondo, le vacanze natalizie sono in corso, ma, fatta eccezione per una coppia di giovani tedeschi con un cane al guinzaglio, siamo gli unici due visitatori.
Il personale della biglietteria, molto gentile, ci dice con aria rassegnata che la guida è disponibile solo previa prenotazione. Ne compriamo allora una cartacea, pensando al disagio di chi viene da fuori. Ma i tedeschi, senza scomporsi, sono già spariti tra le rovine con il loro cane. Oltrepassiamo così la linea dell’antica cinta muraria della città fondata dai focei nel VI secolo a.C. con il nome di Hyele (Elea), divenuta poi Velia con i romani (88 a.C.). Davanti a noi, avvolte da una fitta vegetazione, sorgono le rovine del centro abitato, estese dalla pianura fino alla cima del vicino promontorio, su cui si erge maestosa la torre medievale che oggi connota la zona.
L’area archeologica è desolata, ma alcuni pannelli didattici offrono spiegazioni sulla storia della città famosa in tutta la Magna Grecia grazie alla prosperità dei commerci, alle “buone leggi” e, soprattutto, alla presenza della scuola fondata da Parmenide, conosciuto come filosofo e medico naturalista. Grazie alla sua bellezza e alla salubrità delle acque sarebbe poi divenuta luogo di villeggiatura per molti aristocratici romani e sede di una scuola medica che, secondo molti studiosi, avrebbe preceduto quella di Salerno.
Il promontorio su cui era edificata cadeva a picco sul mare, con due profonde insenature a nord e a sud, insabbiate nel corso dei secoli dalle alluvioni. Superati i pannelli, i visitatori hanno a disposizione una segnaletica ridotta all’osso e non sempre chiara. Nei pressi dei monumenti funerari di età ellenistica, della Via di Porta Marina Sud e del vicino Criptoportico dedicato al culto di Augusto imperatore, appare la sagoma di uno dei due porti greco-romani della città, che trasmette la chiara percezione di quanto la terraferma sia avanzata nel corso dei secoli. Per osservarne meglio i resti proviamo ad avvicinarci, ma lo impedisce l’erba alta, in un intrico di piante selvatiche via via sempre più fitto, con le scarpe che affondano in un un’invisibile indefinibile fanghiglia.

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Velia: gli scavi in balia di una vegetazione incontrollata

Cerchiamo di forzare gli ostacoli, ma dobbiamo arrenderci, la vegetazione ci avvolge completamente insieme a pericolosi rovi taglienti. Sembra incredibile che gli scavi siano ridotti in questo stato, di fatto è impossibile proseguire. Torniamo indietro e guadagniamo la Via di Porta Rosa. Superati alcuni edifici indefiniti (forse le terme?), deviamo su un’altra strada (probabilmente la Via del Porto) verso una villa romana indicata dal percorso. Si nota anche un segnale di pericolo avvolto dalla vegetazione e quindi illeggibile. Procediamo con cautela, senza riuscire a vedere cosa si nasconda nell’erba alta che delimita irregolarmente i bordi della strada, e raggiungiamo la villa.

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Un serpentello nero nei pressi della villa ellenistica di Velia

Ci giriamo intorno per osservare i mosaici ellenistici di cui parla la guida, ma la polvere è tale che il disegno appena si scorge, mentre un serpentello nero, simile a una biscia, sguscia tra i sassi sotto i nostri piedi. Anche qui degrado e abbandono regnano sovrani nel silenzio più totale.

Ritorniamo indietro e proseguiamo lungo la salita sostando dinanzi a un antico edificio dedicato al culto di Asclepio. Sotto di noi si ode distinto il suono refrigerante dell’acqua, forse la stessa un tempo distribuita tra la popolazione con un mirabile sistema di pozzi, cisterne e canali, in parte ancora visibili. Il confronto tra l’antica civiltà e il vergognoso stato di abbandono attuale è inevitabile. Ci si stringe il cuore, ma continuiamo a salire, facendo attenzione a dove mettere i piedi per non scivolare lungo la salita erta e accidentata, circondata dalla vegetazione selvaggia e opprimente che cresce ovunque senza controllo.
Sembra impossibile che gli scavi non abbiano personale addetto alla manutenzione ordinaria, ma ripensando ai recenti crolli della zona archeologica di Pompei si deve amaramente prendere atto della situazione di sfacelo dei beni archeologici e culturali in Italia, tanto più in queste zone del Cilento dove la cultura imprenditoriale praticamente non esiste e le collettività vivono in un clima di ignoranza fondata su secoli di arretratezza e diffidenza.

La celebre Porta Rosa di Velia
La celebre Porta Rosa di Velia

Quanto a noi stiamo ormai per raggiungere la Porta Rosa che, nonostante l’erba di troppo, conserva la sua bellezza.
Torniamo indietro per imboccare il sentiero verso l’Acropoli, tra pietre sconnesse e pozzanghere. Si procede a zig zag per non cadere mentre incrociamo i due turisti tedeschi che procedono in direzione opposta, sorridenti ma attoniti. Persino il cane è nervoso, abbaia senza motivo.
Raggiungiamo finalmente l’Acropoli, con il teatro greco e le strutture della città medievale di fronte alle quali c’è anche una chiesetta del XVIII secolo.
Saliamo sulla torre, la vista è magnifica: da un lato il golfo tra Punta Licosa e il promontorio di Palinuro, dall’altro le rovine di Elea-Velia lungo i terrazzamenti collinari.
Vista da qui persino l’erba alta tra le rovine sembra un grazioso ornamento e non un intrico di rovi fagocitanti.
Peccato si tratti solo di un’illusione ottica, come quella che, probabilmente, ancora sopravvive nell’immaginario collettivo dei viaggiatori stranieri che, come i loro predecessori del Grand Tour, invece di un tesoro archeologico trovano qui un impero di rovine in piena decadenza.

IConfronti per Le Cronache del Salernitano
Silvia Siniscalchi

Silvia Siniscalchi