Il Teatro Stabile di Innovazione? Ma Salerno è deturpata nell’animo

Il Teatro Stabile di Innovazione? Ma Salerno è deturpata nell’animo

di Alfonso Liguori

Caro direttore Manzi,
mi chiedi di intervenire per portare anche la mia riflessione sul nuovo Teatro Stabile di Innovazione, sulla Fondazione che è da poco nata a Salerno.
Ne sono lusingato e ti ringrazio.
Il problema è che io non ho più molto da dire a questa città che non riconosco più come mia Patria, se non nel fondo dell’animo, un fondo dell’animo che strugge di malinconia, per ciò che era, per il cumulo di occasioni perse, e per ciò che è diventata: uno stagno putrido e maleodorante.
Se non fosse per la presenza, spero ancora lunghissima, dei miei genitori, di mia sorella e di qualche sincero amico, avrei già cancellato dalla mia mappa interiore questo luogo, coacervo di meschinità, pressapochismo, dilettantismo e, soprattutto, presunzione.
La presunzione, si sa, è “dei ciucci”; e allora mi chiedo: “Chi sono io per parlare di queste cose, di cose così importanti per la vita di una collettività come la cultura, che è l’anima di un popolo?”.
Vedi, caro direttore, io sono solo un teatrante.
Un teatrante è una piccola cosa, è uomo che si fa parte di una storia per raccontarla ad altri uomini. Che presta il suo corpo, il suo pensiero, la sua voce, perché un immenso gioco possa andare avanti nei secoli. È sempre stato così e sempre così sarà. Perché i racconti ci servono a capire, o meglio ad intuire, ciò che il racconto stesso non riesce a dire.
Konstantin Stanislavskij dice che compito dell’attore è riempire i vuoti tra una battuta e l’altra, cosa che solo lui può fare, nessun altro, né l’autore, né il regista, né chiunque possa venirvi in mente in questo momento. È un compito immenso, che poche volte riesce. Ma non conta tanto il risultato, quanto l’averci provato sempre e con tutte le nostre forze.
Ogni vero teatrante ci prova, tutte le sere che va in scena e qualunque sia il luogo in cui va in scena. La scena è la sua casa, il suo mondo, il suo cappotto. E dovunque ci sia un luogo, un motivo, un desiderio di scena lì è la sua Patria. La sua famiglia sono i colleghi, coloro a cui è collegato, nel profondo, dalla sola volontà di servire il Teatro. L’essere di questo piccolo uomo, di fronte alla grandezza del Teatro, al suo valore, conta nulla; la sua voglia di esserne sinceramente partecipe è tutto. Per questo gli attori sono tutti eguali, ed essere primi o ultimi è solo un gioco di ruoli necessario al procedere stesso del Teatro, che in realtà si regge e sempre si reggerà su quelli che io chiamo “i senza nome e senza memoria”. La mia Patria è dove c’è un lavoro da mettere in scena, un personaggio cui prestare il mio corpo-pensiero-voce, dove c’è la voglia di raccontare una storia.
Salerno, nel mio cuore, è la poesia di Alfonso Gatto, è il lungomare dove si passeggiava da ragazzi, è la Salernitana al Vestuti, è la prima fidanzata, il mio vecchio maestro di musica, le ingenue scorribande notturne, i capelli lunghi del mio amico Marco, il telefono che squillava nel cuore della notte e papà che si butta giù dal letto per un omicidio a San Valentino Torio (paese dove non sono mai stato e che per me resta un lontano luogo della memoria), gli autobus con il bigliettaio, la piscina comunale dove ho percorso, senza talento, migliaia di chilometri, Nino del Caffè dei Mercanti… null’altro. Un luogo dei ricordi che non riconosco più in nessuna sua espressione. Nessuna. Per me Salerno è una città completamente deturpata, nel profondo del suo animo.
E i ricordi giocano brutti scherzi. Si credono ancora vive e possibili cose che invece sono morte. Da anni sento parlare di “quello che era quando si faceva il Teatro e c’erano le grandi rassegne”, dei favolosi anni Settanta. Ormai questo canto del tempo passato mi annoia, non ha nemmeno la musicalità dei versi del Poeta.
Nessuno, invece, oggi, si chiede: “Cosa è accaduto perché tutto questo si perdesse?”. Una risposta l’avrei, ma mi chiedo anche se valga la pena suscitare altre sterili polemiche che poi interesserebbero solo noi, pochissimi addetti ai lavori, e giammai una popolazione ‘stupetiata’ dalla propaganda, rassegnata non a un futuro ma a un presente inesistente.
Vorrei solo segnalare una cosa: circa un mese fa sono stato alla conferenza stampa di presentazione della prossima stagione dello Stabile di Roma. Sul palco c’erano, per differenti spettacoli, sia Mario Martone (foto a sinistra) che Tony Servillo (foto a destra), quei Martone e Servillo che io vedevo, giovane, nelle rassegne teatrali dell’Università. Ebbene cosa ha fatto sì che quei due ragazzi facessero pienamente la loro strada? Siamo certi che siano state solo le condizioni ‘ambientali’ favorevoli? O forse dietro questo motivo ci nascondiamo troppo spesso per non guardare alle nostre mancanze, alle mancanze dei singoli, verso loro stessi e verso il Teatro? Io non lo so, ma per certo so che quei due ragazzi puntarono tutte le loro fiches su quella giocata, senza vie di mezzo.
Continuo a venire a Salerno, lo sai direttore, continuo a fare proposte, sia pure ormai in modo rassegnato e senza speranze, quasi ‘per sport’, continuo a incontrare pochi amici e a ragionare con loro. Per alcuni di loro nutro grande rispetto e ammirazione. Pasquale De Cristofaro (foto al centro) è forse il primo tra questi, che continua, eroicamente, a combattere con l’imperante ottusità.
E proprio Pasquale, in questi ultimi giorni, mi ha detto l’unica cosa seria che ho sentito dire negli ultimi anni all’interno del nostro piccolo mondo teatrale italiano, e che mi sta facendo molto riflettere: “Ormai ogni spettatore va a vedere soltanto la tipologia di spettacolo che sa già che gli piacerà, quello spettacolo che rassicurerà il suo animo e che non gli creerà nessun ‘disturbo’ (e quando lo spettatore è ‘rassicurato’ nel proprio animo da ciò che vede, il Teatro ha fallito, aggiungo io, se lo spettatore esce dal Teatro nello stesso modo in cui vi è entrato, senza nemmeno il più piccolo ‘spostamento’, il Teatro ha fallito), “e così – continuava Pasquale – chi vuol vedere l’avanguardia va a vedere l’avanguardia, chi il musical il musical, chi la tradizione la tradizione, ecc. E alla fine non accade nulla, nessuna idea più si trasmette. Forse non dovremmo più aspettare che gli spettatori vengano da noi, ma noi andare dagli spettatori, magari per le strade, per acchiappare anche qualcuno che quello spettacolo non sarebbe mai andato a vederlo, se no non ha più senso, anche economicamente perché non si creano nuovi gruppi di spettatori”.
Così, è per me ormai consequenziale, cosa farà questa nuova Fondazione? Quello che una parte degli spettatori si aspettano da essa, poi cercherà di deviare un po’ dal suo intento per riuscire a far quadrare i bilanci, e alla fine, le auguro dopo tanti anni, morirà come è nella natura di tutte le cose, speriamo lasciando qualcosa a questo popolo.
Ma De Cristofaro ha ragione, mi accorgo ora che ha ragione. Siamo forse giunti a una svolta epocale, caro Pasquale, che non toccherà più a noi compiere. Noi possiamo soltanto passare il testimone che i nostri Maestri ci hanno consegnato, restituirlo lustro e immacolato, inoculare un dubbio e sperare che altri possano aprire nuove vie. Il nostro pezzo di strada lo abbiamo fatto, e siamo stati onesti, profondamente onesti. Solo questo il Teatro ci chiedeva e ci ha chiesto: fare onestamente il nostro pezzo di strada. Lo abbiamo fatto, ci manca ancora un pezzettino, ma lo abbiamo fatto. Cosa vogliamo di più? Abbiamo SERVITO IL TEATRO! Saremo anche noi tra i milioni di “senza nome e senza memoria”. È un posto d’onore assoluto, di cui sono profondamente orgoglioso, e credo anche tu. Cosa possiamo volere di più?
Buona fortuna a quelli che verranno.

redazioneIconfronti

redazioneIconfronti