Il vuoto angoscioso di una sinistra senza più popolo

Il vuoto angoscioso di una sinistra senza più popolo

di Andrea Manzi

Un tema di fondo, anzi un rovello, dell’attività politica di Aldo Masullo era il distacco tra istituzioni e cittadini. La denuncia del vuoto che tale distacco creava fu formulata dal filoso nel suo manifesto per Napoli del 2003. «Se le istituzioni non sono aperte alla comunicazione con i cittadini e, viceversa, il dialogo implode in un pericoloso black out – sosteneva con acutezza – non possono che prodursi i mali che stiamo subendo». Un anticipo, quel manifesto, del più ampio discorso sui mali della città, elaborato cinque anni dopo nel pieno della crisi dei rifiuti che sommersero Napoli.  Discorso raccolto dal libro “Napoli siccome immobile”, edito da Guida e scritto con il giornalista Claudio Scamardella, abile nel sollecitare le esplorazioni del filosofo tra quelle che apparivano le macerie della democrazia partenopea.

Masullo in quel libro non fu mai tenero con il presidente della Regione, Antonio Bassolino, da lui ritenuto il responsabile politico della catastrofe ecologica. La storia dirà, a distanza di anni, che nessuna responsabilità penale era riferibile a lui, dopo ben diciannove processi concordi nella stessa conclusione. Ma per un politico, secondo Masullo, le colpe non sono soltanto quelle alle quali codici e processi inchiodano i singoli. In una conversazione avuta con lui in quei giorni roventi, nella sua casa biblioteca del Vomero, fu lapidario su questo punto: «L’ultimo errore di Antonio Bassolino è stato quello di non dimettersi subito, ha voluto difendere interessi aggregati e per far questo doveva mantenersi in sella. In questa strenua resistenza ha giocato anche il residuo patriottismo comunista. Io non sono mai stato iscritto al Pci, ma bisogna dar atto a quel partito di aver costruito un èthos collettivo, un èthos di classe».

Il libro suscitò molti disappunti. La cultura napoletana fu scossa dalla libertà di quelle critiche, che terremotavano proprio quell’èthos ritenuto da molti inattaccabile. Un dogma. Davanti agli occhi del filosofo Masullo si stagliavano, invece, una borghesia anemica affetta dal male pernicioso dell’appannamento della identità civile, una città disseminata di ipocriti contenitori culturali “che rinchiudono il vuoto senza confini” e una democrazia che, sotto il Vesuvio, riusciva a vivere soltanto di riti elettorali. Specularmente, la politica e le istituzioni finite sotto l’osservatorio di Masullo coltivavano una subdola strategia dell’isolamento. «Non solitudine, ma isolamento – chiariva il filosofo, in quei giorni – perché la solitudine è una condizione di un potere che conserva una sua nobiltà e continua, precariamente, a dare risposte ai cittadini, quindi non si sottrae ai controlli. A Napoli, invece, vedo l’isolamento delle istitiuzioni, una situazione voluta, forse una strategia, con l’abolizione di tutti i controlli preventivi e consuntivi».   

Bassolino, per Aldo Masullo, era il prodotto della debolezza della borghesia napoletana, adottato dal ceto medio opportunista, agli inizi degli anni ’90, come cooperatore di utilità, soprattutto grazie a uno spaventoso deficit della cultura collettiva. Il filosofo chiariva che il termine cultura, da lui adoperato, non separa i dotti dagli ignoranti, ma è la specificazione del concetto di “avere a cuore”. Rileggendo il libro, dopo tredici anni, emerge da ogni pagina la denuncia di una crisi abissale che non salva nessuno e della quale occorre prendere coscienza per poter ipotizzare una risalita. Procedere per la strada della ripresa significa riconoscere preventivamente che il “basso impero” di quegli anni non aveva né progetti né obiettivi; neppure gli oppositori interni alla sinistra, come l’allora sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, rappresentavano una alternativa credibile, per la comune appartenenza alla stessa razza padrona post-comunista che, dopo Tangentopoli, si era lanciata in una clientelare sfida di pura gestione della res publica, forte di una propagandata tradizione etica di “diversità”.

La radicalità dell’analisi di Masullo fa a pugni con le ambizioni universalistiche degli intellettuali “regolatori” (o ispiratori) dei rapporti civili e istituzionali. La “Napoli siccome immobile”, nella quale il giornalista e il filosofo si erano incamminati per conoscere e denunciare anomalie radicate nel tessuto territoriale partenopeo, è la città alla quale la classe dirigente di allora aveva inferto un colpo irreparabile, inaridendo la radice stessa della coesione sociale, pre-condizione imprescindibile della democrazia. Nessuno sconto a chicchessia, quindi, come avrebbero voluto alcuni critici di quel testo: né alla destra consociativa né alla sinistra riformista che, in Campania, agli autori del libro, non appariva geneticamente diversa da quella marxista. In quella sconsolata conclusione, però, non si scorgeva alcun catastrofismo, bensì la consapevolezza di una condizione napoletana che tredici anni fa appariva una deriva. Solo se si è consapevoli dello sfascio si potrà riagganciare la storia. Un’opzione possibile, questa, non un sogno, per Aldo Masullo: avere chiara davanti agli occhi la portata della crisi favorisce, infatti, il moto delle forze reali in campo e predispone ai tempi nuovi. La globalizzazione, sosteneva il filosofo, darà certamente una mano, perché dovrà per forza sostenere l’impulso alla ripresa. Cadranno, con essa, le difese e i protezionismi tradizionali delle città, si cancelleranno le autocontemplazioni narcisistiche dei popoli e, quindi, anche i napoletani non potranno più crogiolarsi negli antichi vizi. C’è di più: le cause dell’emarginazione di Napoli, riconducibili soprattutto alla perdita di centralità del Mediterraneo, “possono essere rimosse dal processo di globalizzazione o, meglio, dalla cosiddetta compressione dello spazio e del tempo”. Non più una città-limite, Napoli, ma una città-ponte, una città-mondo in un Mediterraneo che, dopo cinque secoli, appariva a Masullo comunque in grado di riaprire i conti con la storia economica, politica e civile. Se è questo il catastrofismo addebitatogli, nel quale si addenserebbe una buona dose di populismo, ben venga la critica. Nella radicalità delle analisi di “Napoli siccome immobile”, attuale nonostante le assoluzioni dei giudici e i quasi tre lustri trascorsi, cogliamo l’appello a ricreare le pre-condizione di un ruolo centrale di Napoli e del Mezzogiorno, simile a quello che, più di settant’anni fa, ebbe il Nord nella storica lotta di liberazione. E la tensione determinata in alcuni ambienti dall’uscita del libro offre, anche a distanza di tempo, un riscontro alla tesi secondo la quale la sinistra liberal-riformista nella quale hanno trovato ospitalità molti maitre à penser di origine comunista sia, talvolta, meno disposta del rugoso marxismo a immaginare nuovi assetti e più moderne modalità politiche. Soprattutto se ipotizzati al di fuori di quei “compromessi” elaborati per salvaguardare privilegi e rendite di posizioni.

Andrea Manzi

Andrea Manzi