La corruzione politica dilaga, democrazia verso il naufragio

La corruzione politica dilaga, democrazia verso il naufragio
di Giuseppe Cacciatore

Si è scritto e si sta scrivendo tanto (forse troppo) sul fenomeno dell’antipolitica, fenomeno non soltanto italiano, ma europeo e mondiale. Perché allora scriverne ancora? Per il semplice motivo che la crisi economica e sociale che è all’origine della disaffezione per la politica non solo appare costituire un tratto dominante, nel tempo e nello spazio, della contemporaneità, ma anche per il fatto che essa, a differenza di quanto avviene, non a caso, nei paesi di più forte e solida tradizione liberal-democratica, si accompagna in Italia al perpetuarsi di un fenomeno che solo apparentemente la cosiddetta “rivoluzione delle mani pulite” aveva fronteggiato e colpito: la corruzione dei partiti e nei partiti, l’occupazione partitocratica degli apparati e dei servizi, la facile corruttibilità di pezzi consistenti degli apparati burocratici statali, regionali e locali, l’ingorda tendenza all’illecito arricchimento di non pochi rappresentanti dell’imprenditoria. Il fenomeno si è particolarmente aggravato negli ultimi tempi, quasi a voler testimoniare l’incredibile cecità e senso dell’impunità che la classe politica mostra dinanzi al crescere esponenziale del fenomeno dell’astensione nelle elezioni e del consenso ottenuto da formazioni politiche che hanno saputo registrare e indirizzare verso se stesse la rabbia e la critica specialmente in quei ceti popolari maggiormente colpiti dalla crisi e dalle politiche di rigore e di austerità del governo Monti. Negli ultimi tempi vi è stato un susseguirsi di atti non si sa se di incoscienza politica o di prepotente protervia: il salvataggio del senatore De Gregorio, uno dei casi forse più eclatanti di uso improprio e malversatorio (stiamo parlando di alcune decine di milioni) dei pubblici soldi dati a un giornale inventato da Lavitola, compagno di merenda dell’ex premier; un contraddittorio provvedimento anticorruzione del quale già si profila un impervio cammino al Senato a causa dell’opposizione del Pdl; e più o meno negli stessi giorni i partiti partecipano giulivi alla spartizione dei posti per le autorità di garanzia.
Alcune isole, ritenute fino a qualche anno fa felici, e alcuni partiti (penso alla Regione Lombardia da un lato e alla crisi della Lega dall’altro) sono stati investiti in pieno dagli scandali e dalle mazzette facili. Il Pdl sta ancora subendo gli effetti di uno tsunami politico del quale non si riescono a scorgere gli effetti finali che potrebbero essere devastanti. Lo stesso Pd, pur reggendo oltre il 20% almeno nei sondaggi, ha ormai sul collo il fiato del Movimento 5 Stelle, a causa del suo timido atteggiamento verso l’adozione di radicali politiche anticorruzione e di riforma reale dei costi della politica dei partiti. Anche Salerno che sembrava esente, almeno fino a oggi, da fenomeni di corruzione politico-amministrativa e da infiltrazioni malavitose, è tornata al centro dell’attenzione dopo gli arresti dei funzionari della Provincia e del costruttore Citarella.
Si può uscire e come da una situazione che sembra essersi ormai caratterizzata come endemica? Non sono uno sfegatato ammiratore del governo Monti anche se ancora lo ritengo necessario per affrontare lo stato di emergenza che continuiamo a vivere. E su un punto continuo a dargli ragione: l’Italia ha bisogno di una radicale riforma delle sue strutture democratiche (da tenere, sia chiaro, ancora dentro i confini tracciati dalla nostra Costituzione), dove la libertà di impresa e di profitto deve poter avvalersi di un funzionamento virtuoso del mercato, ma anche contribuire ai bisogni dello Stato sociale. Ma è necessario anche riformare la pubblica amministrazione nel senso dell’accelerazione delle procedure burocratiche e dello snellimento degli adempimenti di legge. Ma, come diceva Gramsci, non v’è riforma politica che non debba essere anche e soprattutto riforma intellettuale. Per questo bisogna combattere innanzitutto culturalmente la piaga dell’evasione fiscale e l’idea dei facili arricchimenti, magari giocando cifre abnormi nel calcio-scommesse o pensando di vincere appalti, più o meno milionari, versando mazzette nelle tasche di avidi e corrotti funzionari pubblici o di ignobili rappresentanti della politica partitica, peraltro neanche eletti dal popolo ma scelti dalle segreterie dei leader e dei partiti romani. Perciò, a quando la riforma elettorale? Per quanto tempo, per restare alla metafora di Monti, il paese riuscirà ad arretrare mentre il cratere della crisi minaccioso si allarga?

redazioneIconfronti

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