La scabrosa innocenza dei “Fratellini” un po’ datati di Silvestri

La scabrosa innocenza dei “Fratellini” un po’ datati di Silvestri

FratelliniDue fratelli, un letto d’ospedale, lo spettro visibile di un corpo devastato dalla malattia. Questo lo scenario di “Fratellini” di e con Francesco Silvestri affiancato da Vincenzo Tumino, in scena al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno dall’8 al 10 febbraio. A sedici anni di distanza dalla sua prima nazionale (al Teatro Litta di Milano), lo spettacolo è stato riproposto nell’ambito di “Teatrografie”, progetto ideato e diretto da Vincenzo Albano e dedicato alla figura di Francesco Silvestri, autore e attore tra i maggiori protagonisti del teatro napoletano e italiano. Formatosi al di fuori dell’accademia, Silvestri ha calcato il palcoscenico sin da adolescente, prima come animatore nelle carceri e negli istituti per i diversamente abili, poi in collaborazione con i principali protagonisti del teatro contemporaneo (da Annibale Ruccello a Enzo Moscato, Armando Pugliese, Carlo Cerciello, Toni Servillo e molti altri).
Tra i suoi numerosi lavori teatrali, “Fratellini” apre un drammatico squarcio sulla vita di Gildo, ragazzo innocente con un leggero handicap psichico, che ogni giorno racconta alla madre di andare a messa, mentre invece va a trovare il fratello, consumato dall’AIDS e abbandonato in un letto d’ospedale.
La visita coincide così con l’ora della celebrazione liturgica, rievocata puntualmente da Gildo, mentre, nell’angoscia di una pietosa farsa, si dedica alla cura materiale e spirituale del fratello, tentando, con toni grotteschi e drammatici, di distrarlo con storielle puerili e racconti di ogni tipo, nascondendo a lui e a sé stesso la gravità di una situazione senza ritorno.

Fratellini21“Consigliato ad un pubblico adulto”, lo spettacolo è in effetti spinoso da più punti di vista: la scabrosità del linguaggio (un dialetto napoletano a tratti “imbastardito”, con espressioni crude e balbettii infantili, tra promiscuità e disperata innocenza), dell’AIDS (malattia a trasmissione sessuale), dell’handicap psichico, di un corpo malato e inerme mostrato agli spettatori nella sua debolezza sino alla più estrema nudità, nella chiara evocazione dell’immagine pittorica di un Cristo deposto dalla croce.
Una forma di teatro estremo, dunque, che punta a turbare e commuovere spingendosi sino ai confini del dicibile e del rappresentabile, attraverso il gesto tramutato in parola e la parola nella cura amorevole delle piaghe di un corpo sfinito.

Ma, nonostante l’estrema bravura di Silvestri e Tumino (la cui recitazione è affidata unicamente ai gesti e alle espressioni del volto), l’intento non sembra essere completamente riuscito. A tre quarti dello spettacolo una certa qual stanchezza pervade il pubblico, oppresso dal permanere sulla scena di una situazione che, nonostante alcuni momenti di mistico lirismo (di cui è emblema la scena di un aquilone messo “in volo” da Gildo per rallegrare il fratello), non riesce mai a “decollare” realmente verso un messaggio che non sia ripetitivo. Segno forse di una ormai compiuta distanza da una forma di drammaturgia teatrale fondata su un realismo estremo che oggi ha iniziato a fare il suo tempo, non fosse altro perché la realtà da cui siamo circondati è per molti aspetti già confusa con la sua rappresentazione.

S.S.

redazioneIconfronti

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