L’inchiesta2 / Lombardi: la nostra scuola non fabbrica illusioni

di Marco Lombardi

Gentile dottoressa Ruggiero,
ho letto con interesse la sua inchiesta sulle Scuola di Giornalismo e le scrivo per contribuire al dibattito e fornire qualche ulteriore informazione. Come indicato nella tabella riassuntiva, sono il direttore della Scuola in Università Cattolica a Milano, dove ogni anno abilitiamo 20 praticanti a sostenere l’esame da professionista, un probabile futuro disoccupato secondo il reportage. Infatti, il primo punto che lei affronta è quello cruciale del lavoro. Per quanto riguarda i dati, le fornisco quelli della nostra Scuola dal 2002 al 2011: si tratta di circa 100 studenti che hanno terminato il percorso formativo. Di questi il 94% ha un impiego nel mondo del giornalismo secondo le seguenti tipologie contrattuali: il 25% a tempo indeterminato (art.1), il 30% a tempo determinato, il 45% a progetto. Nel 67% dei casi il lavoro è stato trovato entro 6 mesi dal termine del Master (49% entro 3 mesi) e lo stage è stato significativo nell’accesso al lavoro nel 42% dei casi. I dati, di massima, mostrano un andamento coerente con il mercato del lavoro attuale (che non è più quello dei vecchi tempi come da lei bene sottolineato) ed evidenziano, attraverso ulteriori approfondimenti, come per molti giovani (anche giornalisti!) il lavoro ormai sia frutto di una propria “intrapresa” che richiede un cambio di prospettiva rispetto alle vecchie “categorie protette”.
Infine, sempre sulla relazione studio-lavoro, emerge una questione molto generale ma importante che riguarda l’opportunità di continuare a formare – in ogni campo… anche i medici! – da parte di Scuole, Università ecc. giovani con competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro. Qui la discussione si farebbe ampia, con risvolti che mettono in gioco la personale visione della formazione e dell’educazione, magari anche la propria visione del mondo. Di massima, ma è mia visione personale, io non sono convinto che l’istruzione – anche quella professionalizzante – debba essere esclusivamente orientata dalle opportunità di collocamento. Tuttavia termino qui il discorso che porterebbe lontano.
Indubbiamente oggi preparare al lavoro è più difficile e complicato, e non ci sono garanzie di risultato occupazionale. La qualità dell’insegnamento può fare la differenza: i ragazzi sembrano saperlo e la nostra Scuola si trova ogni anno con circa 10 volte le richieste d’iscrizione che è in grado di soddisfare. Concludo commentando la sua “’impressione è che le scuole ora siano soprattutto un business economico, e una fabbrica di illusioni per chi li frequenta”. Dissento in pieno, almeno per quanto riguarda la nostra Scuola: la convenzione con l’Ordine, infatti, impegna duramente sul piano economico tanto da prevedere una quota almeno pari al 15% delle rette da restituire agli studenti sotto forma di borse di studio e un continuo rinnovamento delle tecnologie che – per una scuola che non ha voluto legarsi a nessun “medium” sponsor – diventa un costo assai rilevante… ma i costi per la libertà non sono mai troppi! A ciò si aggiunge una nostra esclusiva – e ulteriormente costosa – scelta di
preparare gli studenti a sostenere l’esame TOEFL per favorire il loro inserimento anche sul mercato internazionale. Le assicuro che non fosse per una sovvenzione diretta dell’Università Cattolica a sostegno della Scuola questa retta non sarebbe in grado di coprire tutti i costi.
Mi scuso per il lungo commento che non contesta il suo reportage ma, spero, lo possa integrare per dare una visione che incorpori tutte le diverse realtà che oggi costituiscono il variegato mondo delle Scuole di Giornalismo. Un tema intorno al quale è certamente utile parlare anche in una fase di revisione della professione del giornalista, il cui ruolo è sempre più difficile e necessario nel mondo che ci troviamo ad affrontare.

* direttore Scuola di Giornalismo Università Cattolica di Milano

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Gentile professor Lombardi, 
grazie per il suo commento e per il prezioso contributo integrativo al nostro reportage. 
La scuola che lei dirige è, come evidenziato dai dati, un chiaro esempio di un sistema che funziona in una regione che, dobbiamo ammetterlo, è la capitale dell’editoria. Ben diversa, invece, è la situazione al Sud. Ci auguriamo che anche i direttori di altre scuole, dove l’inserimento post-specializzazione dei giornalisti è – ahinoi – molto più difficile, vogliano partecipare al dibattito offrendo il contributo delle realtà che rappresentano. 
(b.r.)

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