Masullo: L’Italia non ha mai avuto un Governo degno di questo nome

Masullo: L’Italia non ha mai avuto un Governo degno di questo nome
di Damocle

Masullo
Fonte: http://www.zam.it/biografia_Aldo_Masullo

“Il governo Monti è un governo di emergenza. Non possiamo giudicarlo con lo stesso metro di Berlusconi o Prodi”.
Aldo Masullo (foto), uno dei più grandi filosofi contemporanei, politico di rango, maestro di pensiero, riflette sulla situazione politica italiana e punta il dito contro chi ha portato il Paese sull’orlo del precipizio.
“Berlusconi e Prodi, tanto per fare un nome di uno di destra e uno di sinistra, esercitavano il proprio mandato in tempi apparentemente normali. Quindi, se non hanno fatto quello che avrebbero dovuto e il non averlo fatto ci ha ridotto nelle condizioni in cui siamo, non possiamo prendercela con Monti”.
Colpa di Prodi e Berlusconi dunque?
Anche di quelli che li hanno preceduti. Tutta la storia politica italiana non mi soddisfa assolutamente.
Senza distinzione di destra e di sinistra?
Beh, io sono uomo di sinistra, ma questo non significa essere per Prodi o contro Berlusconi, ma guardare alla società nel suo complesso come a qualche cosa di vivente che, in quanto tale, può e deve migliorarsi. Mentre essere di destra significa semplicemente “lasciamo le cose come stanno”. È una posizione legittima, ma diversa. Io ritengo apprezzabile non chi, avendo studiato cento libri, dica “io ho questo”, ma chi, avendone letti cento, dice “voglio leggerne un altro”, perché quello che importa non è quello che è stato fatto, ma è ciò che si è capaci di fare, ciò che si farà. Questa è la mia posizione che non coincide con nessun particolare partito. È una posizione ideale che sta alla base della storia, se la consideriamo non come un susseguirsi di beghe per piccole o grossi intrallazzi, personali o di gruppo, ma come la scena sulla quale si gioca il destino dei popoli.
A proposito di intrallazzi e interessi di gruppo, proprio oggi è passato alla Camera il Ddl anti-corruzione. Ritiene che la realtà politica e sociale sia poco limpida tanto al Nord quanto al Sud?
Che da un punto di vista sociale vi sia più corruzione al Sud è da dimostrare e, se così fosse, si esigerebbe una maggiore attenzione da parte delle forze di polizia e della magistratura. Ma il problema del Sud non è di maggiore corruzione. Come abbiamo letto sui giornali di recente, anche al Nord non tutto è trasparente, soprattutto in materia di appalti e di opere pubbliche. Ciò che danneggia maggiormente il Meridione, coinvolgendo comunque anche il Nord, è la criminalità organizzata.
La camorra e la criminalità organizzata, a suo avviso, sono un male difficile o impossibile da estirpare?
Nulla resiste in eterno, nulla è impossibile da estirpare, anche perché la realtà è in continua trasformazione. Certo, in altre situazioni storiche, potrà nascere una criminalità organizzata diversa da quella che conosciamo, ma questa nello specifico, sebbene non sia facile, non è impossibile da sradicare.
E come?
Non solo con l’attività repressiva di carattere poliziesco e giudiziaria, che certo è necessaria; ma nel cambiamento delle condizioni sociali ed economiche del Mezzogiorno. Fin quando al Sud il numero dei giovani disoccupati sarà di gran lunga maggiore rispetto alla media nazionale, ci sarà una massa di possibile utenza per la criminalità organizzata.
I Confronti ha dedicato ampio spazio ad un’inchiesta sui rapporti tra criminalità e religione. Lei, che è vissuto a Nola, che idea ha della festa de’ Gigli e delle relative infiltrazioni camorristiche?
Sì, io sono nato ad Avellino, cresciuto a Torino e vissuto a Nola, per una decina d’anni, nella mia adolescenza e giovinezza. Penso che la situazione della festa de’ Gigli sia molto complessa, perché porta con sé un miscuglio di elementi: precristiani-pagani, come le “falloforie”, ma anche cristiani, del tardo Rinascimento, dell’età moderna. Elementi diversi che si stratificano e intrecciano in modo impossibile da sciogliere. Bene, la camorra, in territori dove è stata o è forte, approfitta dell’attaccamento popolare a determinate manifestazioni per infilarsi, con i suoi tentacoli affaristici, anche in questo tipo di espressione della sensibilità popolare. Ma non è che le due cose coincidano.
Sul blog I Confronti c’è il sondaggio “Vanno abolite le feste patronali sospette?”. Lei cosa risponderebbe?
Si tratta di fenomeni sociali che non si possono trasformare con la forza, poiché sono legati a un costume profondo, antico. Il punto è di incoraggiare le iniziative volte a trasformare la cultura popolare, onde evitare tutto quanto non ha nulla a che fare con il sentimento religioso. Serve un’opera di trasformazione educativa.
Un’opera di trasformazione educativa che può essere lunga o addirittura irrealizzabile!
Beh, non è così. Basti pensare a quello che può fare la scuola. Lo dimostra la serie di festeggiamenti per l’Unità d’Italia, anche a Nola. Nella scuola, i giovani spesso hanno dimostrato una coscienza di vita civile molto maggiore di quella che comunemente si penserebbe che essi abbiano.
E concretamente come dovrebbe avvenire questa trasformazione?
La prima trasformazione deve essere economica. Pensiamo cosa sarebbero i nostri territori se vi fiorissero industrie che richiamassero nuove braccia e nuove intelligenze. Si inciderebbe sul modo di pensare di un’intera popolazione, con una trasformazione di tipo sociale e culturale, poiché la cultura di cui io parlo non è quella dei libri universitari, ma quella intesa nel senso antropologico, nel senso profondo della parola. Non serve né violenza, né forza. La cultura si trasforma con condizioni oggettive, in un sistema di lavoro e di comunicazione.
Una trasformazione economica al Sud potrebbe passare per i beni culturali. Non crede che tutto il patrimonio che spesso è abbandonato, come molti siti archeologici, o si danneggia, come gli scavi di Pompei, od anche è oggetto di scandalo, come la biblioteca dei Gerolamini a Napoli, possa invece trasformarsi in uno strumento di crescita?
Ho sempre sostenuto, anche in sede parlamentare, che i beni culturali non vanno intesi come eredità giacente. Beni culturali sono la nostra attività, la nostra ricerca, la nostra energia a pensare, gustare, a trasformare le cose, valorizzandole. Un’opera d’arte, infatti, diventa un vero bene quando la gente comincia a sentirne il piacere e quindi a difenderla. Se la collettività non ha la consapevolezza del valore del bene culturale, quel valore non esiste! In secondo luogo, bisogna considerare le risorse che uno Stato bene ordinato deve profondere. Certo oggi ci manca tutto. Siamo in pieno pericolo di catastrofe, ma questo è un momento eccezionale. Lo Stato italiano dieci, venti anni fa, che cosa ha fatto? Un corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, che non ha dato posto a nessuno.
Perché si è arrivati a questo punto?
La verità è che la nostra è una società che non ha mai avuto un governo, dai primi anni di vita della Repubblica. Ovviamente non un Governo di nome, ma di fatto. Il debito pubblico non è cresciuto da sé, ma perché non si è agito in maniera opportuna. Abbiamo smantellato le industrie dello Stato, che avevano anche alimentato un certo parassitismo, ma non le abbiamo sostituite con nulla.
Con chi ce la dobbiamo prendere?
Con tutti noi italiani. Ogni singolo è responsabile delle sue azioni, seppure in maniera diversa. Ha maggiore responsabilità chi è eletto e non fa il suo dovere, ma pure ce l’ha chi ha votato questo o quell’altro in cambio di chissà quali promesse o quali favoritismi. Nonostante siamo nel Duemila, dobbiamo superare una condizione di vita sociale pre-moderna, quando tutto avveniva per sistemi di protezione. Come? Mi piace parafrasare Troisi, dicendo “Io ricomincio da me!”
(n.t.)

Damocle

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