Precari, abilitati e non: ragioni contrapposte e tante tensioni

Precari, abilitati e non: ragioni contrapposte e tante tensioni
di Barbara Ruggiero

La crisi, il Tfa e l’estate bollente della scuola finiscono per innescare veri e propri duelli tra tutti coloro che aspirano a diventare insegnanti di professione.
Lo sostiene Alfredo, in uno dei tanti commenti che in questi giorni stanno arrivando al nostro blog, che si è offerto per dar voce ai precari della scuola, un folto esercito di giovani e meno giovani che vedono sempre con meno chiarezza il proprio futuro occupazionale. Da una parte ci sono i neolaureati che scalciano per avere l’abilitazione e cominciare a insegnare, magari per coronare il sogno di una vita; dall’altra parte c’è chi già insegna pur non avendo l’abilitazione: è il folto gruppo dei docenti con almeno 360 giorni di servizio ma non abilitati.
Ai problemi con la formulazione dei test del Tfa, si è aggiunta la presa di posizione dei docenti con almeno 360 giorni di contratto, “condannati” alla lotteria dei Tfa come qualsiasi neolaureato, pur esercitando con una certa frequenza il mestiere di insegnante.
Cristina Gnaluati è dalla parte dei non laureati. “Credo che la laurea non sia sufficiente a dimostrare la preparazione di un docente. Ci sono persone che hanno diverse abilitazioni, molti punteggi e se fai loro una domanda di cultura generale non sanno niente. Chi ha 360 giorni di servizio ha già acquisito esperienza.”
In difesa delle idee di Cristina, arriva anche Gabry che espone tutte le difficoltà a cui vanno incontro coloro che, pur avendo 360 giorni di insegnamento, non risultano abilitati: “Dopo anni di insegnamento ti ritrovi ad essere valutata con 60 quesiti nozionistici che nulla hanno a che vedere con tutto quello che hai insegnato per anni”.
Quello che noi chiediamo – specifica ancora Gabry – è un diritto, non un favore. Tutto ciò che ci spetta è semplicemente vedere riconosciuto il servizio che da anni diamo alle scuole. E tutto si riassume con una semplice ammissione al Tfa senza tirocinio, non senza esami”.
E il discorso, come negarlo, si sposta anche sulle future assunzioni. “C’è bisogno di regole semplici e chiare per il futuro – scrive Alfredo – Prima della riforma, a chi accumulava sei mesi di insegnamento veniva pagato anche lo stipendio estivo; ora invece si chiede la disoccupazione”.

 

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