Renzi e il suo programma economico: tanti i “downloads”

Renzi e il suo programma economico: tanti i “downloads”
di Enzo Carrella

il tunnelTaglio ai costi della politica, riforma elettorale, riforma del fisco, novità scuola e su lavoro e imprese: questi i punti salienti del documento programmatico del neo-premier, Matteo Renzi. Priorità, a quanto sembra, a lavoro e pensioni: l’idea predominante è di prevedere un contratto unico a tutele crescenti per tutti i nuovi assunti. Secondo il suo “Jobs Act” occorre prevedere un serio e programmatico piano industriale con indicazione delle singole azioni operative – e si spera applicative – soprattutto per una risposta alla creazione dei latitanti stabili posti di lavoro. Vi sarebbero anche comparti privilegiati: cultura, turismo, agricoltura e cibo, made in Italy (dalla moda al design passando per l’artigianato e per i makers), ICT, green economy, welfare, edilizia, manifattura. A molti, però, sfugge l’autentico significato del job acts. Cos’è e come si sviluppa quello che apparentemente si rivelerebbe il piatto forte delle linee renziane? Una sorta di “contratto unico d’inserimento“ (un tempo denominati contratti di formazione e lavoro di cui alla legge 863/84) con l’obbligo però di prevedere una sua durata a tempo indeterminato: il target a cui è rivolto sono i giovani al primo impiego e per il quale non varrebbe il tanto decantato, bistrattato e criticato articolo 18 dello statuto dei lavoratori. A nostro avviso questa nuova configurazione del lavoro del sindaco di Firenze nient’altro è che un “taroccato” istituto dello staff leasing già previsto e introdotto nella rivoluzionaria riforma del compianto Biagi (dlgs 276/2003) e riferita ad una pura e semplice somministrazione di lavoro a tempo indeterminato ad opera di agenzie interinali. Tale schema però ha raccolto nel suo breve e tortuoso percorso solo criticità perché ritenuto uno strumento elusivo delle tutele poste a presidio del lavoro subordinato. A alzare la voce e stroncarlo all’indomani della sua introduzione (2003, nda) sono stati soprattutto i sindacati, probabilmente perché timorosi di perdere ‘appeal’ nelle aziende, in un’epoca (oramai lontana) dove l’economia ancora tirava e “sfavillava” in tutti i suoi ingranaggi. Il neo premier propone ora anche la cancellazione della possibilità di stipulare contratti a progetto ai giovani privi di particolari esperienze di lavoro e all’eleminazione di “fantomatiche” – perché non comunicate – forme “precarie” di contrattazione privata. Forse Renzi dimentica (probabilmente perché distratto dalla politica) che nel panorama giuri/lavoristico c’è già in essere una tutela al riguardo per i prestatori a progetto: la legge Fornero prima e il ministero dopo (cfr. circolare nr 29 del 11/12/2012 ) per evitare casi di sfruttamenti e utilizzo improprio de “cocopro” ne ha infatti commisurato le retribuzioni a quelle dei minimi tabellari del ccnl per un’adeguata funzione in uso presso il committente/datore di lavoro. Analizziamo, invece, i previsti incentivi alle assunzioni dei giovani under 30. Saranno tali – sostiene Renzi – solo se aggiuntive e non verrebbero cioè dati alle aziende che prima licenziano. Anche qui nella mente del premier c’è da registrare un “leggero default”: infatti lo strumento in uso per misurare la portata di una “effettiva assunzione incrementativa” per un’azienda esiste e giace indisturbato da decenni negli archivi aziendali: si chiama ULA, Media mobile solare ed è già abbondantemente adottata e sfruttata dalla aziende – specie quelle del Mezzogiorno – nel (spesso vano) tentativo di recuperare briciole di agevolazione ancora in essere e derivante da passate normative. Ritornando al piano/renziano le assunzioni incrementative dovrebbero essere, a quanto parrebbe, solo defiscalizzate, l’impresa cioè utilizzatrice pagherebbe solo i contributi previdenziali lasciando negli appositi capitoli del Bilancio dello Stato i riflessi fiscali ad esso legati. Novità? Neanche per sogno! Nient’altro che un “download” degli “innovativi e sfruttati” crediti imposta di cui la legge 449/1997 apripista del governo Prodi e confermati e rilanciati dal Ministro Tremonti (legge 388/2000 e successive modifiche e integrazioni) con leggi nazionali (legga 70/2011 e Fornero poi) e regionali agganciate sulla loro scia. Si punta poi a ridurre Irap e Irpef sui redditi da lavoro: l’ipotesi è quella di una riduzione di un punto delle prime due aliquote: quella del 23% che si paga ora fino al 15.000 euro e quella del 27% che si versa fino a 28 mila euro. L’impatto sarebbe su tutti i cittadini ma con queste due aliquote pagano le tasse 34 milioni dei 41 milioni di contribuenti che presentano la dichiarazione dei redditi. Il problema è il costo pari a circa 5 miliardi di euro. Forse in tale circostanza c’è lo zampino a marchio Berlusconi: a sua firma, infatti, la medesima proposta e punto di forza delle scorse consultazioni politiche.
A questo punto ci chiediamo soprattutto in considerazione di una ”taroccata” e rivisitata politica di sviluppo economico dell’immediato prossimo futuro del neo premier Renzi, se non fosse il caso di rivitalizzare e spolverare quelle che un tempo erano comunemente chiamate “gabbie salariali” e concentrarsi su un “libero” sistema di calcolo dei salari in relazione a determinati parametri quali, ad esempio, il costo della vita del determinato territorio? Agganciare tale “vecchio“ sistema retributivo in un perimetro di diffuse piccole ZFU, zone franche urbane, (con sconti fiscali e burocratiche alle aziende ivi operanti) rappresenterebbe sicuramente un esperimento da non sottovalutare. Il rischio? Nessuno: per una moribonda economia che stenta ancora a intravedere luce dal fondo del tunnel dove è relegata potrebbe rappresentare una delle poche (se non l’unica ) via di “uscita”.

redazioneIconfronti

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