Vittoria di Pirro del Cavaliere nella “fattoria” di Santoro

Vittoria di Pirro del Cavaliere nella “fattoria” di Santoro
di Andrea Manzi

Berlusconi politicamente parlando non ha vinto un bel niente. L’arena tv che lo ha ospitato ha confermato l’adesione della sua “politica” e dell’informazione con cui si è confrontato agli interessi di pochi. Piaccia o no, la realtà è questa. Commenti e cronache del match Cavaliere-Santoro evidenziano, d’altra parte, la spettacolarità di un evento mediatico esistito per qualche ora all’interno del perimetro della comunicazione, senza mai entrare nel corpo vivo del paese. Il successo televisivo personale del Cavaliere è innegabile, ma esso non nasconde la diminuita presa politica del personaggio, l’incapacità di proposte credibili e di dialogo su temi che esigerebbero un confronto istituzionale pieno per poter “(ri)fondare” la democrazia. Su quel terreno, Berlusconi sa di non avere titoli, referenze, ascolto e probabilmente argomenti, perciò evita il rischio di esclusione issando ad ogni angolo di discorso il simbolico ring sul quale non si coopera ma si combatte, non si dialoga ma si aggredisce, non si dissente ma si dileggia, non si dice, tutt’al più si allude. Tale politica trae vantaggio da un giornalismo speculare, che spettacolarizza e dilata la superficie patinata del potere, evitando approfondimenti sereni e documentati di una realtà complessa, qual è quella italiana, che andrebbe analizzata con servizi da rendere alla conoscenza, per favorire scelte consapevoli. Sono a confronto, in questo clima da corrida, leadership “carismatiche” politiche e giornalistiche (carismatiche di nome, non di fatto) che polarizzano su se stesse la drammatica portata dell’inutile scontro. Da match di questo tipo risulta fortificata l’utopia dell’uomo al comando. E il confronto deformato dal rinfaccio di limiti e mancanze, da una parte e dall’altra, finisce per ignorare i diritti individuali e collettivi di cui dovrebbe farsi carico. Il popolo scompare così nelle pieghe di una rappresentanza illiberale e il telespettatore viene “tradito” nella sua aspirazione alla verità, cancellata da un clamore che contrabbanda per sagacia d’inchiesta avvilenti colpi di teatro finalizzati all’audience e al protagonismo. Sono rituali di quel che resta della politica spettacolo nella quale il Cavaliere non ha rivali e che utilmente coltiva per contrapporsi all’arrugginito giornalismo corrosivo di Travaglio, che gli scarica da vent’anni addosso valanghe di accuse. Al di là di questo conto personale ben regolato, Berlusconi è apparso però un uomo stanco e inadeguato rispetto alla complessità delle trame europee nelle quali si svolgono l’attività e la democrazia degli Stati, un anziano, ricco signore “capace di cambiare completamente asse e linea dal 24 al 27 ottobre”, una sorta di caricatura che entra nella pancia brontolante della gente evitando accuratamente il loro cervello. Ma in questo modo la politica sta divorziando dal demos e il giornalismo dal logos. Una così radicale trasformazione avrebbe sorpreso anche George Orwell, che qualcosa anticipò sulla mutazione dei messaggi delle classi dirigenti. La sua “neolingua” originava dal linguaggio pubblicitario, che fu considerato insidiosissimo se calato nella politica della quale Orwell diffidava perché ritenuta laboratorio del doppio gioco, vale a dire della propaganda e della frode. Lo scrittore e saggista non pensava allo scherzo, alla goliardia e al teleconsenso, dal momento che ai suoi tempi la politica non era ancora né intrattenimento né diversivo. Figurarsi se avesse visto lo spettacolo dell’altra sera dove due personaggi, ciascuno lontano dalla propria funzione, si fronteggiavano contendendosi l’effimero primato della tv, dimentichi uno della politica e l’altro del giornalismo, aggrappati mestamente alle loro auto-rappresentazioni.

redazioneIconfronti

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